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scheda Documentario
NAZA

NAZA

Di Yuval Abraham, Rachel Szor
Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia 2026

Trailer
Genere: Documentario
Durata: 80'
Trailer

Regia e Sceneggiatura: Yuval Abraham, Rachel Szor. Fotografia e Montaggio: Rachel Szor.  Musiche: Mica Levi. Produttori: James Wilson, Jonathan Glazer. Distribuzione: I Wonder Pictures. Origine: Gran Bretagna, 2026    

Di notte, sui tetti di Tel Aviv, vanno in scena le registrazioni di testimonianze anonime da parte di operatori dell'intelligence e membri dell'esercito israeliano, che dal 2023 hanno preso parte ai sistematici spionaggio, sorveglianza e uccisione di civili palestinesi a Gaza. Prodotto dal The Guardian e dalle pubblicazioni israelo-palestinesi "+972 Magazine" e "Local call", il documentario fa un resoconto delle tecnologie - dalle intercettazioni all'hackeraggio, per arrivare all'intelligenza artificiale - usate per il monitoraggio della popolazione e di come esse agiscano in diretto supporto a una campagna pluriennale di bombardamenti, droni e cecchini che hanno prodotto decine di migliaia di morti in tutta la Cisgiordania negli ultimi anni. Dopo il successo globale ottenuto con No Other Land, la "metà" israeliana del collettivo di quattro registi del documentario premio Oscar sposta l'obiettivo dai territori occupati della Cisgiordania fino al cuore di Tel Aviv. Lo fa adattando per lo schermo in modo lucido ed essenziale il lungo processo di giornalismo investigativo che a partire dal 2023 ha raccolto le incendiarie testimonianze di israeliani che hanno preso parte al genocidio palestinese.
Composto esclusivamente di immagini notturne della skyline cittadina, con una macchina da presa che scruta fino all'interno dei salotti e delle stanze nei quali la popolazione vive indisturbata il proprio quotidiano (grande enfasi è posta sulle TV accese con i proclami di un onnipresente Netanyahu e di altri esponenti governativi e mediatici), il lavoro di Yuval Abraham e Rachel Szor si gioca tutto sulla distanza tra lo sfondo e il primo piano, in cui nasconde volti e voci di persone sui tetti mentre confessano di una progressiva realizzazione di ciò a cui stavano partecipando.
La loro è un'ideale contro-programmazione televisiva, una versione a specchio del rituale collettivo del TG della sera messo in scena nell'oscurità fuori alla finestra. "È come avere gli ormoni impazziti" confessa un soldato, in un misto di spersonalizzazione digitale, euforia collettiva da propaganda, delirio di onnipotenza oltre ovviamente al più classico dei "questi erano gli ordini". Molti i numeri e le cifre che si rincorrono nel documentario, spesso a quantificare i cosiddetti "naza" (vittime collaterali uccise assieme a un obiettivo originario) che vengono ritenuti accettabili per ogni singola operazione militare.

Grazie all'inclusione di materiali d'archivio si ripercorre l'installazione di reti di comunicazione a Gaza negli anni settanta, fatte interamente da Israele e quindi simbolo di una sorveglianza built-in. Da lì si arriva fino all'uso dell'intelligenza artificiale che analizza i big data di sorveglianza, li incrocia e decide chi e dove colpire. Nel racconto di uno degli operatori, la chiosa arriva come un macigno: "è meglio che sia l'AI a deciderlo piuttosto che una persona a cui Hamas ha ucciso un amico la settimana scorsa".

Un certo stile matter of fact è chiaramente alla base dell'operazione, che tende nelle interviste ad ancorare il più possibile quanto emerge nel reale e nelle basi di senso comune ("ciò che descrivi non è forse un omicidio di massa?"). Soprattutto l'attenzione è volta a illuminare la natura sistemica ed endemica delle operazioni israeliane, più che alla colpa individuale; tutto allo scoperto, tutto consapevole. All'astrazione delle mortifere tecnologie discusse si cerca di opporre il gesto analogico, con una serie di disegni e diagrammi su fogli di carta con cui i soggetti aiutano (forse più loro stessi che lo spettatore) la comprensione dei meccanismi in atto.

Con la produzione esecutiva di Jonathan Glazer e la consulenza di Laura Poitras, l'opera di Abraham e Szor si configura come un atto necessario di resistenza e di responsabilità che viene dall'interno della società israeliana, giusto correlativo di un'opinione pubblica globale ed europea del 2026 che (troppo) lentamente e dolorosamente ha preso coscienza sul tema, e che per il cinema è passata attraverso il ruolo giocato da altri titoli come il sopracitato No other land e il più controverso La voce di Hind Rajab. A loro - e ai tanti altri documentaristi che in questi anni stanno componendo una galassia di ricchissimi materiali - Naza fa seguito con un approccio più analitico e razionale, benché ugualmente sconvolgente.

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