Regia: Rocco Papaleo. Sceneggiatura: Valter Lupo, Rocco Papaleo. Fotografia: Diego Indraccolo. Montaggio: Mirko Platania. Musiche: Michele Braga. Scenografia: Sonia Peng. Costumi: Sara Fanelli. Interpreti: Rocco Papaleo, Claudia Pandolfi, Teresa Saponangelo, Vanessa Scalera, Andrea Fuorto, Livia Ferri, Rosanna Sparapano. Produttori: Roberto Sessa, Linda Vianello. Distribuzione: PiperFilm. Origine: Italia, 2026.
Biagio Riccio è un sognatore nato in un piccolo paese che dopo una breve carriera militare è diventato una guida turistica, specializzandosi nel suo territorio natale, a metà fra la Lucania e la Calabria. Un giorno riceve la telefonata di Raffaella Cursaro, un'attrice di non troppo successo che gestisce un laboratorio teatrale presso una casa di accoglienza. Il laboratorio invita le detenute a immaginarsi come alberi, e Raffaella ha pensato di portarle a vedere da vicino il Pino Loricato, una pianta centenaria che riesce a sopravvivere in condizioni estreme ed è per questo considerato un simbolo di resilienza.
A seguire Biagio e suo nipote Luciano, un ventenne che ha rinunciato all'università e nell'attesa di capire cosa vorrà fare della sua vita si allena nella corsa, sono quattro donne: Samanta, finita nei guai per raccogliere i soldi necessari a sfuggire al marito violento; Fiammetta, cantautrice che si è vendicata di una manager fedifraga; Anny, ingegnere informatica improvvisatasi hacker; e Gurdun, infermiera improvvisatasi rapinatrice.
Il bene comune è il quinto film da regista di Rocco Papaleo, e prosegue lungo il tracciato insolito della sua visione artistica, che ha molto a che fare con il suo talento musicale.
Non solo nei suoi film c'è spesso un/a musicista (Max Gazzè, Giorgia, e ora la cantautrice Livia Ferri, che qui ha il ruolo di Fammetta), ma il ritmo della narrazione è quello dell'improvvisazione jazz, accompagnato tanto dalle belle musiche di Michele Braga quanto da singoli brani scritti dallo stesso Papaleo per l'occasione e arrangiati da Braga (più un inedito di Livia Ferri).
Fin dalle prime sequenze emerge con chiarezza come il vero protagonista del film non sia solo il gruppo di personaggi, ma anche il paesaggio. La fotografia valorizza la natura del Pollino rendendola parte integrante della narrazione: la montagna non è semplice sfondo, ma spazio di ascolto e trasformazione. Il ritmo del film sembra quasi seguire quello della natura, alternando momenti di silenzio, dialogo e musica.
Papaleo affronta temi profondi, traumi personali, seconde possibilità, responsabilità collettiva, senza appesantire il racconto. È proprio questo uno degli aspetti più riusciti del film: questioni anche molto dure vengono trattate con una leggerezza sorprendente, senza mai risultare superficiali. Il paesaggio e la dimensione del viaggio contribuiscono a rendere queste storie accessibili, permettendo allo spettatore di entrarvi senza sentirsi schiacciato dal loro peso.
Il cinema di Papaleo si riconferma "un modo di stare al mondo" originale e sui generis, e ha come al solito un piacevole swing tutto suo.
Il regista sa anche circondarsi di un cast di razza: Vanessa Scalera è Raffaella, e le detenute sono interpretate da Claudia Pandolfi (Samanta), Teresa Saponangelo (Gudrun) e Rosanna Sparapano (Anny), oltre alla già citata Ferri. Anche Andrea Fuorti nei panni del nipote Luciano è una presenza a fuoco. La sceneggiatura è di Papaleo e del sodale Valter Lupo che ha firmato tutti i suoi copioni, da Basilicata Coast to Coast in poi.
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