Regia: Janicke Askevold. Sceneggiatura: Mads Stegger, Janicke Askevold. Fotografia: Torjus Thesen. Montaggio: Patrick Larsgaard. Musica: Karlis Auzans. Scenografia: Mette Haukeland. Costumi: Maren Saedi. Interpreti: Lisa Loven Kongsli, Herbert Nordrum, Rolf Kristian Larsen, Nasrin Khusrawi, Kaveh Tehrani, Trude-Sofie Olavsrud Anthonsen. Produttori: Rebekka Rognøy, Magne Lyngner Distribuzione: Teodora Film. Origine: Norvegia, Lettonia, Lituania, 2025.
Edith vive in un angolo della Norvegia con la madre, che soffre di una malattia degenerativa, e il suo bambino, figlio di un donatore anonimo che diventa presto un'ossessione. Perché gli amici intorno, il mondo fuori, sembrano giudicarla, fare pressione, questionare quella maternità senza padre. L'istinto da giornalista la mette sulle tracce di Inuus, pseudonimo del misterioso donatore, che ha una moglie, una figliastra e un vecchio scandalo alle spalle. Contro ogni previsione, Edith si innamora, ricambiata, e le cose si complicano. Padre biologico? Progenitore? Figura paterna? Questioni terminologiche ed etiche la assalgono mentre intraprende un gioco pericoloso. Alla sua seconda prova, Janicke Askevold interroga le nozioni di monoparentalità e di 'accesso alle origini', attraverso il percorso di una quarantenne che è ricorsa a una banca del seme per concepire suo figlio. Un'indagine avvincente su un aspetto raramente trattato della maternità, che rivela presto faglie e dubbi. A ragione la protagonista si domanda se il figlio non abbia ereditato qualche malattia col patrimonio genetico di questo padre anonimo, un'assenza che diventa progressivamente pesante, schiacciando la protagonista.
La ricerca di una soluzione la pone di fronte a un complesso dilemma morale e la trascina in un estenuante conflitto psicologico. Conflitto che la regista alleggerisce mescolando il dramma con la commedia (sentimentale) fino a dimenticare nel fuori campo la vera parte in causa. Il film resta dentro i canoni di un genere romantico che sembra voler esplorare più il principio della relazione, in cui ciascuna parte accetta, volontariamente o ingenuamente, di entrare in un gioco di bugie e ipocrisia simulata, che è la ragione d'essere di questo film: l'accesso all'identità del genitore per un bambino nato da una donazione di sperma.
Il titolo italiano non aiuta e contribuisce a spostare la questione in direzione di una coppia e di una mascherata permanente dei rapporti umani. Più centrato quello originale, Solomamma, che sottende almeno un'introspezione e un contrasto interiore complesso. Blasonato a Locarno col Premio della Giuria ecumenica, Noi due sconosciuti ha comunque l'indubbio merito di portare scompiglio sulla rappresentazione del modello familiare padre-madre-figlio, basato sul matrimonio e sulla procreazione della coppia. Qualsiasi deviazione da questo modello è vista ancora con disapprovazione. La credenza in un unico modello di famiglia non è evidentemente scomparsa, ma è diventata almeno un'opinione minoritaria.
Il film di Janicke Askevold sfida i pregiudizi sulla procreazione assistita e supera addirittura la linea rossa mettendo sotto i riflettori i donatori condannati all'anonimato perpetuo. Non in Norvegia che ha riformato da tempo il proprio modello bioetico. Nell'epilogo il racconto si ricentra sul bambino, che una volta adulto potrà decidere se dare un nome e un volto al suo donatore.
Di fronte alla grazia meditativa di Lisa Loven Kongsli (Forza maggiore), che rivela con la sua ricerca un bisogno esistenziale e medico, Herbert Nordrum (La persona peggiore del mondo) offre un'incarnazione sensibile e convincente di un 'padre biologico', sollevando la questione maggiore: come inserirsi nella vita di Edith e del suo bambino?
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